“Morning everyone!
Mi chiamo Zara, ho 17 anni e frequento il quarto anno di liceo classico in Italia.
Decidere di trascorrere un semestre all’estero in Inghilterra non è stato un gesto impulsivo, né un capriccio dell’ultimo momento. E’ stato più un sussurro che crescendo è diventato un forte richiamo: la sensazione che, per capire davvero chi si è, serva allontanarsi un po’ da ciò che si conosce. Volevo misurarmi con una vita diversa, con una lingua che fino a quel momento aveva abitato solo tra i banchi di scuola, con un Paese che avevo sempre visto filtrato da film e serie tv e ascoltato attraverso la musica che mio papà metteva in radio a tutto volume durante i lunghi tragitti in macchina.
L’Inghilterra, poi, non è arrivata da sola. Mi è scivolata davanti attraverso pagine e schermi: i campus bramosi di Harry Potter, l’ironia tagliente delle serie BBC, la cultura dei pub raccontata nei blog di viaggio, le ricette di Jamie Oliver che pretendevano scones perfetti ma che non riuscivano mai a venire uguali. Tutto questo ha piantato un seme. L’idea che a due ore di aereo da casa ci fosse una quotidianità da scoprire, piccole abitudini da rubare, pezzi di mondo da capire e mettere insieme.
La destinazione l’ho scelta seguendo il cuore, ma pur sempre senza abbandonare la logica. Volevo un posto che fosse abbastanza diverso da costringermi a cambiare, ma anche abbastanza familiare da non paralizzarmi completamente. L’Inghilterra era quella perfetta via di mezzo: cultura europea, lingua universale, ma stile di vita profondamente suo.
Così, una mattina di settembre, con un cielo che non aveva ancora deciso se fosse estate o autunno, ho varcato il gate dell’aeroporto di Birmingham e ho iniziato questa piccola rivoluzione personale (come scrisse Noel Gallagher in un verso di “Don’t Look Back In Anger”). Il primo impatto a destinazione?
Direi un misto di curiosità, emozioni incontenibili e spaesamento. Una tempesta mi ha accolta ancor prima della Host Family, e una città grande come Birmingham mi è sembrata un puzzle inizialmente disordinato e senza un senso, in cui ogni pezzo aveva una storia distinta, ma che in qualche modo si incastrava perfettamente. Poi le classiche piccole cittadine inglesi: case in mattoni rossi, autobus a due piani, caffetterie con finestre appannate e quel bellissimo accento british che dal vivo è molto più veloce di quanto i libri o i listening delle prof di inglese facciano credere.
Con la mia Host Family è scattata subito una sintonia sorprendente: dopo una settimana stavamo già urlando sugli spalti del Villa Park, lo stadio dell’Aston Villa, di cui la mia Host Mom è la fan più sfegatata e passionale. Da allora siamo tornati all’arena più volte, e quando ho ironicamente ammesso che, sì, a 17 anni faccio ancora il calendario dell’avvento… be’, loro non hanno riso: mi hanno semplicemente presa sul serio e me ne hanno fatto trovare uno sul tavolo la mattina seguente. È stato il momento in cui ho capito che qui non avevo solo una stanza, ma un posto che iniziava davvero a sembrarmi casa.
Il nodo più grande era, ovviamente, la lingua. Parlare inglese in classe è una cosa; viverlo è un’altra. Le prime settimane sono state un misto di “sorry?”, sorrisi di circostanza e qualche fraintendimento buffo (come quando ho interpretato “You alright?” come una reale preoccupazione per la mia salute e non come il loro semplice modo di dire ciao). Eppure, sorprendentemente, fare amicizia non è stato difficile… almeno con gli studenti internazionali. Con loro è stato naturale: eravamo tutti sulla stessa barca, con la stessa miscela di entusiasmo, nostalgia e voglia di scoperta. Sono bastate due chiacchiere davanti ad un caffè o un commento sull’accento del professore per far nascere una connessione immediata.
Con gli studenti inglese, invece, è stato un po’ più complicato. Non perché fossero scortesi – tutt’altro – ma perché sono, per natura, estremamente riservati.
Hanno bisogno di tempo per lasciarsi andare, per farti entrare davvero nel loro mondo. Non ti corrono incontro, ma quando finalmente lo fanno scopri personalità brillanti, umorismo sottile e una gentilezza discreta che sa sorprenderti.
Oggi, guardando indietro, posso dire che questo semestre è stato una delle esperienze più belle, sorprendenti, piene e formative della mia vita.
Non è stato sempre facile: ci sono stati giorni di nostalgia, stanchezza, di incomprensioni. Ma sono stati tutti giorni vissuti a pieno, e sono stati proprio quei momenti difficili a rendere più vivi, quindi significativi, tutti gli altri.
Ho imparato a muovermi da sola in città grandi e che non conoscevo, a farmi ascoltare in una lingua che non era la mia, a fidarmi dei miei passi anche quando non avevo la minima idea di cosa stessi facendo. Ho scoperto un lato di me che non sapevo esistesse: uno più elastico, più capace di accogliere l’imprevisto come parte del viaggio… and always make the best out of it.
Lo consiglierei? Senza ombra di dubbio.
Non perché sia facile, non perché sia “instagrammabile”, non perché lo stanno iniziando a fare sempre più studenti in Italia. Lo consiglierei perché ti costringe a guardarti allo specchio con occhi nuovi. Perché ti mette in discussione, e nel farlo ti forgia. Perché il mondo è troppo grande per restare fermi nello stesso punto, troppo ricco per non provare almeno una volta ad afferrarne un pezzo.
Un semestre all’estero non è solo un viaggio: è un incontro. Con luoghi, persone, culture. Ma soprattutto, con sé stessi. E quell’incontro, te lo garantisco, non finisce quando torni a casa. Continuerà a parlarti per anni. E ogni volta che sentirai il profumo della pioggia sull’asfalto o il sapore di un tè caldo in una mattina grigia, un pezzo di Inghilterra tornerà a trovarti. Sempre.”
Zara, UK